Genoveffa De Troia

Due ritratti

L’umiltà, la lontananza dai fatti terreni e la contemplazione, erano per Genoveffa, su esempio di Cristo e di Francesco d’Assisi, il cardine della sua vita. Sappiamo dagli scritti, che Genoveffa non era in alcun modo incline al raccontare e manifestare le sue sofferenze, le sue “gemme del Signore”.
Al contrario, nascondeva ai suoi devoti, pur consapevoli della sua condizione, ogni affanno. Pochissime erano le persone prescelte per la sua assistenza quotidiana e ancora meno quelle che potevano aiutarla nelle medicazioni delle innumerevoli piaghe. Persino la mamma, era esclusa da questo tipo di ausilio.

Questo particolare riserbo della Venerabile si rifletteva, di conseguenza, anche su una cosa che oggi potrebbe risultare quasi scontata, ma che ieri non lo era per nulla: la fotografia. Se è vero che nella prima metà del Novecento, sopratutto in un tessuto come quello foggiano nel quale non mancava la povertà, e dunque quella dello scattare non era una attività così comune come oggi, è anche vero che certamente la stessa Genoveffa non amasse ritrarre se stessa e la sua condizione. La sua vita era dedicata infatti “tutta a Gesù”, come amava dire lei, nel nascondimento e nella preghiera.

Per questa ragione, i ritratti che ci sono pervenuti della Serafica Genoveffa, sono davvero pochissimi: negli archivi della Vicepostulazione sono presenti, solamente un paio di fotografie raffiguranti Genoveffa nel suo abito bianco: una prima scattata dal fotografo Federico Abresch (Artista bolognese, trasferitosi a San Giovanni Rotondo attorno agli anni 40, dove troverà la fede grazie a Padre Pio), ritrae una Genoveffa sui cinquant’anni, ed una seconda probabilmente dello Studio Fotografico Leone di Foggia, dove la Venerabile appare accanto a Don Antonio Rosiello nella sua Celletta, forse qualche anno prima di morire.

Sappiamo che non non di rado, diversi devoti che avevano una corrispondenza con Genoveffa, chiedessero un suo ritratto, richiesta questa, che veniva poi vagliata dal suo Padre Spirituale, Padre Angelico da Sarno, come leggiamo in un’epistola del 1948:

“Carissima sorella,
Mi ricordo benissimo di te e ho pregato tanto per te. Per il momento non posso mandarti una mia foto, debbo chiedere il permesso al mio Padre Spirituale. Non dispiacerti, in appresso te la manderò. Preghi sorellina e preghi con me affinché si avveri il detto di P.Pio,  cioè quello di farti suora. Riceverò tua madre quando andrà  da P. Pio e sarò contenta di conoscerla.
Preghi.
Così sia.”

Genoveffa De Troia

Foggia, 12 Gennaio 1948

Genoveffa, per obbedienza francescana acconsentiva al rimettere al giudizio del Padre Spirituale la decisione finale. Probabilmente anche Padre Angelico, amorevole protettore della Venerabile, non era incline alla diffusione di immagini della poverella di via Briglia, in modo da non far cadere il popolo in tentazioni di fede spicciola; fenomeni che all’epoca dei fatti erano molto diffusi. 

Le due foto che presentiamo in questa pagina, sono dunque quelle citate nell’articolo, la seconda è stata recentemente restaurata digitalmente.


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